Poesie di Letizia Malpassi

Laura

Vieni, vieni, trovami

Ho voglia di ridere con te

Capirti afferrare tutti i sensi delle tue parole.

Farfalla sempre più esule

ormai inguaribile.

La tua vita si è allontanata troppo presto da me.

Non ho modo di ricollegare i tuoi occhi di cerbiatta

che si muovono attenti ai miei sbalzi di umore.

Il passato irremovibile

il futuro accecante …insieme…

Amica anche del mio cuore

danziamo ancora, ma col sapere che l’oro è a fianco

se sudiamo insieme.

Sogniamo, sogniamo ancora

e dipingiamo

gettiamo colore sulla tela.

Il mio nome è letizia

Il tuo nome è una corona d’alloro che premia i vincitori.   [...]

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Inferno, canto XXVII, Guido da Montefeltro

Già era dritta in su la fiamma e queta
per non dir più, e già da noi sen gìa
con la licenza del dolce poeta,

 quando un’altra, che dietro a lei venia,
ne fece volger gli occhi alla sua cima
per un confuso suon che fuor n’uscia.

 Come ‘l bue cicilian che mugghiò prima
col pianto di colui, e ciò fu dritto,
che l’avea temprato con sua lima,

mugghiava con la voce dell’afflitto,
sì che, con tutto che fosse di rame,
pur el parea dal dolor trafitto;

così per non aver via né forame
dal principio nel foco, in suo linguaggio
si convertian le parole grame.

Ma poscia ch’ebber colto lor viaggio
su per la punta, dandole quel guizzo
che dato avea la lingua in lor passaggio,

udimmo dire: « O tu, a cu’ io drizzo
la voce e che parlavi mo lombardo,
dicendo:  “Istra ten va; più non t’adizzo”,

perch’io sia giunto forse alquanto tardo,
non t’incresca restare a parlar meco:
vedi che non incresce a me, e ardo!

Se tu pur mo in questo mondo cieco
caduto se’ di quella dolce terra
latina ond’io mia colpa tutta reco,

dimmi se i Romagnuoli han pace o guerra;
ch’io fui de’ monti là intra Urbino
e ‘l giogo di che Tever si disserra ».

Io era in giuso ancora attento e chino,
quando il mio duca mi tentò di costa,
dicendo:  « Parla tu; questi è latino ».

E io, ch’avea già pronta la risposta,
senza indugio a parlare incominciai:
« O anima che se’ laggiù nascosta,

     Romagna tua non è, e non fu mai,
sanza guerra ne’ cuor de’ suoi tiranni;
ma ‘n palese nessuna or vi lasciai.

                40               Ravenna sta come stata è molt’anni:            (Ravenna)
l’aquila da Polenta la si cova,
                                     sì che Cervia ricuopre co’ suoi vanni.                (Cervia) 

                 43              La terra che fe’ già  la lunga prova                           (Forlì)
e di Franceschi sanguinoso mucchio,
sotto le branche verdi si ritrova.

              46       E ‘l mastin vecchio e ‘l nuovo da Verrucchio,         (Rimini)
che fecer di Montagna il mal governo,
là dove soglion , fan de’ denti succhio.

                 49            Le città di Lamone e di Santerno                 (Faenza e Imola)
conduce il leoncel dal nido bianco,
che muta parte dalla state al verno.

               52                  E quella cui il Savio bagna il fianco,                   (Cesena)
così com’ella sie’ tra ‘l piano o ‘l monte,
tra tirannia si vive e stato franco.

[...]

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Inferno e giustizia divina

Divina commedia 28-11-2013L’Inferno, immaginato da Dante Alighieri, nella Commedia, ha la forma di un imbuto e la sua conformazione è stata causata dalla caduta di Lucifero al centro della terra, quando lui fu cacciato dal paradiso, perchè si ribellò a Dio.

La terra rientrò e nella parte opposta si formò la montagna del Purgatorio collegata all’Inferno,  da un corridoio che Dante chiama burella, e con Virgilio, usciranno a “riveder le stelle” alla fine  del viaggio.  La porta d’ingresso dell’Inferno, sembra essere vicino a Gerusalemme.

Il viaggio all’Inferno, avviene in un giorno circa, inizia all’alba del venerdì Santo del 1300, e finisce al tramonto del Sabato. A trentacinque anni, Dante, si trova nella “selva oscura”, perchè ha smarrito la “diritta via” e quando va fuori di là, vede una collina soleggiata, e tre animali che gli impediscono il passaggio: una lonza, un leone e una lupa. Sta per ritornare indietro, ma trova il poeta Virgilio che gli indica la strada e accompagnerà Dante nel viaggio all’Inferno e poi nel Purgatorio.

I dannati dell’Inferno, sono personaggi storici, che vanno dall’antichità, all’epoca di Dante, alcuni sono ancora vivi, e la loro anima è punita da Dio prima della loro morte. L’inferno è stato voluto da Dio, per realizzare la sua giustizia, le anime aspettano sulla riva dell’Acheronte, per essere traghettate da Caronte. Le pene sono assegnate in base alla regola del contrappasso – ritorsione – Applicata in due modi: per somiglianza, una punizione che esaspera il tormento, o una pena opposta, al contrario della colpa. L’immagine sotto, rappresenta una sezione dell’Inferno.

L’Inferno, scende con nove circoli discendenti, ed alcuni di loro, sono divisi in altre sottosezioni, che si chiamano “gironi” o “bolge”, sono buche parallele al cerchio, che differenziano i peccatori, secondo il peccato che essi hanno commesso. I peccatori più gravi, i fraudolenti e i traditori, sono situati verso il fondo.

L’Inferno, è preceduto dall’antinferno, dove si trovano gli ignavi, i vili senza coraggio che in vita non lottarono per il bene, o per il male e perciò, non potevano essere all’Inferno o in Paradiso. Vissero senza infamia e senza lode. Dante di loro scrisse la celebre frase: “non ragioniam di lor, ma guarda e passa”(Inf. III, 51). Fra questi, troviamo anche il papa che abdicò all’epoca di Dante, Celestino Quinto, che per disprezzo, egli non cita.

Celestino Quinto è stato sostituito da Bonifacio VIII, il traditore di Dante.

Gli ignavi, nudi, seguono una bandiera senza simbolo e sono continuamente punti da vespe e mosconi, il loro sangue si mescola con le lacrime che ai loro piedi, è raccolto da fastidiosi vermi.

Qui troviamo la prima regola del contrappasso: gli ignavi, nella vita non furono stimolati da nessun ideale, qui, invece, sono pungolati da vespe e mosconi. La stessa Divina Commedia, per Dante, rappresentò una grande rivincita nei confronti dei suoi nemici fiorentini. Canto III.

Dopo l’antinferno, si trova il fiume Acheronte, qui le anime aspettano di conoscere la destinazione, prima di essere traghettate da Caronte, il nocchiero infernale. Ogni cerchio, è controllato da un guardiano, che può essere un mostro pagano come le Arpie, Cerbero, i Centauri, il Minotauro, oppure della mitologia classica, come Caronte e Minosse o diavoli irascibili.

                                                                                                                                     Sezione dell'Inferno -  w 28-11-2013

Il primo cerchio è molto affollato, c’è il Limbo, dove sono collocate le anime innocenti: i bambini senza il battesimo o chi è nato prima di Cristo, che senza speranza desiderano vedere Dio. Non subiscono pene corporali, ma solo morali. Troviamo poeti, filosofi, medici, scienziati e altri personaggi dell’antichità classica di cui Dante certamente conosceva le opere. Fra i poeti, c’è Omero, Orazio, Ovidio, Lucano. Appartiene al limbo, anche l’anima di Virgilio, morto nel 19 a. C. che ora sta accompagnando Dante a visitare l’Inferno. Tra i filosofi, c’è Socrate, Platone, Aristotele, Cicerone, Seneca; fra i medici dell’antichità: Ippocrate, Galeno, Avicenna, Averrroè, inoltre, Enea, Ettore, Cesare, Camilla, Elettra, Lavinia, Re Latino, Pentesilea, Euclide, Tolomeo. CantoIV.                   [...]

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ROMAGNA, la regione di Dante Alighieri

Tonino Dal Re - Cavaliere infernaleL’unica regione italiana, che Dante Alighieri ha descritto nella Divina Commedia, nel Canto XXVII dell’Inferno, la Romagna, non è stata riconosciuta come tale dallo stato italiano a causa delle speculazioni dei responsabili comunisti Emiliani, che hanno preferito un matrimonio d’interesse e una regione unica, l’Emilia-Romagna, invece di riconoscere la regione Romagna indipendente dall’Emilia. La forzata unione, è avvenuta senza il parere della gente, ma non è stato un matrimonio felice. Gli abitanti Romagnoli sono sfortunati ed anche i più tassati e multati d’Italia. Imola, che oggi si trova in provincia di Bologna, è il comune più multato, ma altri Comuni vessano i cittadini attraverso la contravvenzione studiata per fare commettere infrazioni.

Nella Divina Commedia, e precisamente nei versi 31-57 del canto XXVII dell’Inferno, Dante descrive le condizioni politiche della Romagna nel 1300 che lui ha frequentato dopo l’esilio, a Guido da Montefeltro che vede nel viaggio all’Inferno.

Guido, fu autore di molte imprese militari nelle città della Romagna, negli scontri fra Guelfi e Ghibellini. La descrizione della regione Romagna, di Dante a Guido, avviene nell’ottavo cerchio e nell’ottava fossa dell’inferno, dove si trovano i cattivi consiglieri. Guido da Montefeltro, diventò il capo dei ghibellini romagnoli e fu capitano del popolo di Forlì e Faenza; negli ultimi anni di vita, Guido si rinchiude nel convento d’Assisi, dove egli muore nel 1298. Le città descritte nella Romagna di Dante, sono: Cesena, Ravenna, Rimini, Cervia, Faenza, Forlì, Imola e nei versi successivi, Guido parla della vita e della sua morte.    [...]

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Fondazione e manifesto del futurismo

Il movimento Futurista, la prima Avanguardia storica d’Italia, è stato fondato dal poeta e scrittore Filippo Tommaso Marinetti, nel 1909. Lo strumento di diffusione delle idee futuriste, fu il Manifesto che cominciò a diffondersi sull’esempio di quel comunista del 1848.   I manifesti futuristi furono divulgati sulla stampa italiana e sul Figaro di Parigi. Furono pubblicati anche i manifesti di tutte le arti e anche della cucina. Il Futurismo, teorizzava una rottura col passato, l’esaltazione del progresso tecnico e scientifico e della velocità come valore e corsa verso il futuro, dinamismo, azione, distruzione dei musei e delle accademie e della letteratura del passato, l’esaltazione della guerra e della violenza, disprezzo per le donne. Marinetti è cresciuto in Africa.  Nel 1918, fonderà anche il Partito Futurista, ma non avrà fortuna ed in seguito si unirà al fascismo che accolse solo gli aspetti propagandistici e superficiali del movimento. Il fascismo era per il “ritorno all’ordine” e alla tradizione accademica; non voleva le novità, i cambiamenti, il progresso. Il fascismo, riuscì ad emergere.

“Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo - il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna”.

In merito al “disprezzo della donna”, del punto nove del primo manifesto futurista, Valentie de Sait-Point, così iniziava il “Manifesto della donna futurista”:

L’Umanità è mediocre. La maggioranza delle donne non è superiore né inferiore alla maggioranza degli uomini. Esse sono uguali. Tutte e due meritano lo stesso disprezzo”.

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Dante Alighieri, la vita è un romanzo

Dante - Bargello- WEBDante Alighieri, è l’ospite più illustre di Ravenna, e della Romagna. A Ravenna, nella capitale del Medioevo, egli ha vissuto gli ultimi tre anni di vita. La notorietà di Dante, se non fosse dovuta alla scrittura della Divina Commedia, potrebbe provenire dalla vita movimentata che egli ha vissuto.

Dante, nacque in Firenze nel 1265 e abitò in questa città, fino a trentasei anni e poi, egli fu costretto all’esilio per motivi politici e non tornò più nella città dove nacque. In vita, a causa della politica, egli fu ripudiato per sempre da Firenze; egli fu accusato di baratteria, estorsione ed arricchimenti illegali. Contro Dante, furono accuse infamanti, ma all’epoca, la giustizia si utilizzava anche per eliminare gli avversari politici.

Egli fu accusato ingiustamente e non pagò una multa di cinquemila fiorini entro tre giorni e di conseguenza, lo espropriarono del suo patrimonio e di quello dei bambini poi, fu punito anche con la pena di morte per non avere pagato la multa.

La casa di Dante non fu distrutta, perché era in comune col suo fratello Francesco. Essa, si può visitare ancora oggi in Firenze. Questo succedeva perché nei Comuni italiani, dall’inizio del 1200 c’erano due partiti politici sempre in guerra fra loro: i Guelfi e i Ghibellini. Gli scontri fra i due schieramenti, portavano alla distruzione del lavoro e delle case dei nemici e riducevano le città a mucchi di pietre. Costringevano i nemici ad andare in esilio e a pagare una multa. Chi non pagava li condannavano alla pena di morte.  Il cambiamento radicale della sua vita, ha ispirato Dante a scrivere una delle opere più importanti della letteratura italiana e del mondo: La Divina Commedia. L’opera, è una delle più tradotte e più conosciute. La Commedia, è stato anche il libro più venduto dopo la Bibbia.   [...]

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Carattere e utopia di Dante Alighieri

Chiamo poeta colui che sente confusamente agitarsi dentro di sé tutto un mondo di forme e d’immagini: figure dapprima fluttuanti, senza determinazioni precise, raggi di luce non ancora riflessa, non ancora graduata nei brillanti colori dell’iride, suoni sparsi che non rendono ancora armonia. Ciascuno ha un po’ del poeta, massime nei primi anni; ciascuno di noi ha sentito qualche volta in sé del cavaliere errante, ha sognato le sue fate, i suoi castelli d’oro; ha avuto, come canta Goethe, qualche dama a proteggere, qualche tristo a castigare. Ma questo stato è transitorio; ben presto la realtà ci toglie ai sogni dorati e incomincia la prosa della vita. Nel solo poeta quel mondo fantastico permane, e si fa signore della sua anima, e gli tumultua al di dentro, impaziente di uscir fuori. Ora, vi è nella vita un momento solenne, in cui l’uomo si rivela a sé stesso. Abbiamo bisogno del di fuori per avere questa divina rivelazione, per poterci dire un bel dì: – Ecco a che siamo nati!  La vita di Dante comincia d’allora che i suoi occhi s’incontrarono negli occhi di Beatrice. E quando la vide una seconda volta, quando ricordò commosso la potente impressione che quella aveva fatto sul suo animo ancora fanciullo, l’arte gli si rivelò e si sentì poeta.   [...]

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San Martino

La nebbia, agli irti colli,
piovigginando sale, 
e sotto il maestrale  
urla e biancheggia il mare; 

ma per le vie del borgo,  
dal ribollir dei tini 
va l’aspro odor dei vini, 
l’anime a rallegrar. 

Gira sui ceppi accesi 
lo spiedo scoppiettando: 
sta il cacciator fischiando 
sull’uscio a rimirar 

tra le rossastre nubi, 
stormi d’uccelli neri, 
com’esuli pensieri, 
nel vespero migrar.

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Giorgione, poesia di Hermann Hesse

Così lascin la terra gli artisti!
Senza giorno di morte, sepolcro o notizia
di vecchiaia, declino, tramonto e dolore!
Qual favola, qual poesia ci giunge
la tua vita: trasfigurata dal piacere,
dall’acre profumo di uno strazio mai gravata.
Forse da passioni e piaceri giovanili
la peste nera via ti ha strappato;
forse di notte, dalla barca ornata a festa
la fredda notte giù ti ha trascinato!

Non lo sappiamo. Di te più non abbiamo
che pochi quadri, la cui dolce potenza
intatta nella sua antica bellezza
ci sorride eterna e immacolata,
e una leggenda che col suo splendore
la memoria tua orna di vincente giovinezza.
Non hai sepolcro. Indomita fu la tua esistenza.
Non appassì. Per noi sei vivo ancora.

Questa poesia di Hermann Hesse, l’ho pubblicata, perché Giorgione era uno degli artisti preferiti di Paola.

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“Ravenna”, poesia di Hermann Hesse del 1901

I

Sono stato anche a Ravenna.
E’ una piccola città morta,
ricca di chiese e di rovine,
di cui notizia più d’un libro porta.

 Tu l’attraversi e poi ti guardi intorno,
le sue strade sono torbide e bagnate
e sono da un millennio mute
e dappertutto trovi erba e muschio.

E’ come per le canzoni un po’ passate:
nessuno ride dopo averle ascoltate;
ma poi tutti le voglion riascoltare;
e sino a tarda notte meditare.

 II

Le donne di Ravenna portano
negli occhi profondi e nei teneri gesti
in sé una coscienza dei giorni
dell’antica città e delle sue feste.

Le donne di Ravenna piangono
profonde e sommesse, come bambini quieti.
E quando ridono, pare di sentire
di un testo cupo la chiara melodia.

 Le donne di Ravenna pregano
come bambini:  miti e appagate.
Parole d’amore posson dire:
e loro stesse non sanno di mentire.

                                                                            Le donne di Ravenna baciano
                                                                                 con strana e profonda dedizione.
                                                                              E loro della vita altro non sanno
                                                                          se non che tutti dobbiamo morire.

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